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«alla porta si cominciò dalli cantori... et l'organo respondeva»

L'incanto di una cerimonia in basilica alla presenza di Vincenzo Gonzaga (1599)


Che strano anno, questo 1599! Siamo alle soglie di un nuovo secolo e non sappiamo bene cosa attendere: i potenti sui loro troni si sposano, combattono, fanno pace come sempre. Ma c’è come un’aria frizzante in giro che sa di novità, nell’arte, nella cultura, nella musica. La musica è cara a Vincenzo, il seducente duca Gonzaga, e con essa quei fermenti che stanno nascendo nel teatro e sembrano fare del mondo una fantastica scena. Sono ancora vivi a Mantova gli echi del Pastor Fido di Giovan Battista Guarini, rappresentato più volte negli ultimi anni e con grande successo alla fine del 1598 per onorare il passaggio di Margherita d’Asburgo, sposa del re di Spagna. Una bellissima favola pastorale, resa ancor più coinvolgente dagli intermedi in musica a cui hanno collaborato i migliori artisti del momento, primo fra tutti Claudio Monteverdi. È il migliore di tutti, lo sa bene Vincenzo: per stupire gli altri nobili, ma soprattutto l’Imperatore, nel 1595 l’ha portato con sé in Ungheria, nella guerra contro i Turchi. E nell’estate di questo 1599, quando il duca mantovano decide di recarsi nella Fiandre per un lungo soggiorno – bisogna curare la salute ai bagni di Spa – Monteverdi non può restare in città, ma deve seguire il suo signore per aumentarne il prestigio. Come scrivono da Anversa al segretario Chieppio rimasto a corte, si organizzano feste, incontri, si attendono l’Arciduca d’Austria e l’Infanta di Spagna: non è possibile presentarsi senza gioielli da mostrare, anche quelli dell’arte. Cosa di meglio per stupire di un giovane compositore e strumentista, convinto delle sue qualità e desideroso di far carriera, magari accompagnato da un fascinoso cantante, anch’egli proiettato verso un luminoso successo? Vincenzo conosce bene il suo ruolo e il suo ambiente ed è riuscito a farsi accompagnare anche da Francesco Rasi, voce speciale, che il Granduca di Toscana non può pensare di tenere solo per sé. Così un viaggio “alle terme” diventa occasione di scambio e di cultura: forse in quei giorni il duca incontra anche Peter Paul Rubens e intesse la sua trama. L’anno dopo il pittore fiammingo è già in Italia e a Mantova lo aspettano straordinarie commissioni. Quattro mesi di soggiorno: l’estate è ormai finita e Vincenzo torna alla sua corte. Deve pensare anche ai suoi sudditi, a riaffermare con loro e per loro la sua autorità, la sua grandezza: organizzerà un rientro in grande stile, perché deve portare trionfalmente le reliquie che si è procurato nelle Fiandre, segno tangibile di benedizione divina. Dove può collocarle, se non nel cuore del suo palazzo, in quella chiesa che il padre Guglielmo ha costruito grande e aperta ai suoi cittadini? Si prepari dunque Santa Barbara, la basilica palatina, e tutto sia perfetto. Le tappezzerie tessute d’oro vengono sistemate in cappella grande sopra il coro, i paramenti di broccato sono pronti per l’Abate e tutto il Capitolo, cantori e strumentisti concertano la loro musica migliore. L’organo, il prezioso organo di Graziadio Antegnati, il cui suono affascina chiunque abbia la fortuna di sentirlo, è sempre più luminoso nei suoi timbri. Alcuni mesi prima è venuto da Brescia Bernardino Virchi: la sua arte organaria, già apprezzata dalla bottega degli Antegnati, è stata richiesta per un lavoro importante di riparazione e manutenzione dello strumento. Una somma cospicua gli è stata pagata per aver «perfettionato l’organo col nettarlo dalla polvere, saldar quasi tutte le canne e levarle tutte le maccature, et accordarlo, et ridurlo a laudabil forma». Bernardino è cugino di Paolo Virchi, titolare dello strumento, organista assai vivace, attento alle novità, apprezzato anche come cantore: sicuramente ci sarà un momento inaspettato, e la musica stupirà. La processione si forma al porto sul lago, ove è attraccato il bucintoro del duca, ornato di drappi e bandiere: l’Abate Aurelio Pomponazzo vi giunge con tutto il clero, cantando con i musici, e prende dalla barca la piccola cassetta con le reliquie. La pone su una apposita portantina, posta sotto un baldacchino e si avvia verso la chiesa, seguito dai religiosi, dalle Compagnie della città con i loro stendardi, da Vincenzo con i figli e tutta la sua corte. Si sparano colpi di artiglieria, suonano trombe, tamburi, campane: le vie sono in festa, accorre la gente. Ma sulla porta della basilica si fa silenzio per un breve istante: i cantori intonano il Te Deum e l’organo, dal fondo della navata, risponde. Le abili mani di Paolo Virchi donano un suono pieno e chiaro, che riempie tutta la chiesa e va oltre, nella piazzetta chiusa, tra le torce accese e il profumo di incenso. Tutti tacciono e ascoltano, quasi trattenendo il fiato: è un unico flusso di musica, che annulla i confini tra interno ed esterno, tra le mura fisse in austere cerimonie e l’acciottolato pieno di aria, di passi, di voci. La processione può ripartire, ecco, entrano tutti in chiesa, e ognuno prende il suo posto. Sopra la scalinata, come in una magnifica scena, la cassetta delle reliquie è posta sull’altare maggiore e, ai due lati, siedono l’Abate e Vincenzo: risuonano le ultime note dell’Inno, poi s’invoca la pietà divina e l’Abate recita l’orazione. Tacciono i cantori, anche l’organo spegne la sua voce, ma la musica rimane viva, presente e sembra accompagnare ogni gesto, resta dentro i fedeli quando inizia il lungo sermone, «pieno di devotissime parole». E al termine della cerimonia, mentre Vincenzo, l’Abate, il Capitolo, i cortigiani se ne vanno, mentre il popolo esce dalla chiesa rivolgendo l’ultimo sguardo all’urna sull’altare illuminata da torce e lumi, qualcuno alza gli occhi lassù, e gli pare di vedere il capo chino di Virchi, tra i bagliori di metallo delle canne di facciata e le ali dell’arcangelo Gabriele sulla portella aperta. Starà pensando ad una nuova toccata, o forse ad un ricercare, o magari a come concertare il prossimo vespro: e l’incanto si rinnoverà.

Licia Mari     

 
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Stemma Gonzaga
Basilica Palatina di Santa Barbara - Mantova
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