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All’alba di un lontano 7 agosto 1587



Poco fa, quando ho aperto gli occhi, non sono riuscito subito a capire dove mi trovavo: il sole illuminava le volute soffici dai colori ambrati del soffitto e per qualche istante tutto mi è sembrato estraneo. Poi, quasi di colpo, la chiarezza: sono nel mio palazzo di Mantova, mi sono assopito dopo una notte ancora una volta squassata da ansie, dolori, incubi, abbandoni. Sto male, lo so: ho voluto fare quest’ultimo breve viaggio come duca Guglielmo Gonzaga, gettandomi senza paura nella calura di agosto, per rivedere ciò che mi è caro. Sono stato alla nostra residenza di Marmirolo per salutare il mio primogenito Vincenzo e la sua sposa: presto mi succederà e i mantovani saranno felici per la sua giovanile baldanza, il suo gusto per l’arte e la bellezza e forse gli perdoneranno la sua vanità. Poi sono andato alla villa di Porto per il secondogenito di Vincenzo, il piccolo Ferdinando, nato ad aprile: la famiglia continua, lui sarà destinato alla carriera ecclesiastica, riesco quasi a immaginarlo nella veste rossa dei cardinali... Infine ieri sera, stremato, sono arrivato nel mio appartamento cittadino e stamane tornerò a Goito, dove l’acqua corrente del Mincio porta un poco di leggerezza all’aria: qui, vicino al lago a alle paludi, già mi sembra di respirare con più affanno. Sarà meglio muoversi presto, prima di restare soffocati dall’afa: dov’è il cameriere? Dove sono i valletti? Devo alzarmi, devo andare: ora chiamo, ecco la piccola campana d’argento che mi regalò tanti anni fa la Serenissima Eleonora... «Sono scomodi questi cuscini, mi fa male tutto, non va bene, che portantina stretta! Fate piano lungo il corridore, non oscillate così! Aprite la porta, calma, Giovanni, Federico, aprite i vetri del camerino, devo respirare, devo vedere». La pace, per un attimo, voglio solo quello. Di fronte a me, poco sulla destra, il mio Antegnati sta lì, come sempre da più di venti anni, le canne brillanti, forgiate come meglio non potevo desiderare. E le cube sono già attraversate dalla luce che entra prepotente nella navata e sulle cantorie, anche laggiù, sopra il portale dove possono stare tanti musici. «Ricordi, Giovanni, prima di costruire la basilica qui si giocava a palla, come mi divertivo con il Barba Iudum! I miei muratori hanno nascosto delle palline a imperitura memoria, come scherzava l’architetto: ho riso come un bambino quando me l’hanno raccontato». Ho amato questa chiesa, ho amato la musica, ho deciso di proseguire a modo mio il cammino dell’Eccellentissimo zio Ercole Cardinale, strappato alla Chiesa in un momento cruciale, forse a un passo dal soglio pontificio. Ho fatto scrivere testi e melodie per avere una nuova liturgia, ho fatto lavorare e discutere prelati da Milano e da Roma per ottenere la sua approvazione. Ho tentato anche di costituire il Seminario per i chierici qui in S. Barbara: era il mio contributo al Concilio, se era morto il mio Reverendo zio volevo essere presente io, perché è la mia Chiesa, perché sono un principe cristiano, perché so governare e istruire i miei sudditi. Proprio loro possono entrare in questa basilica, pregare agli altari, ottenere indulgenza, partecipare ai riti pieni di musica con l’organo più bello: par sempre che via sia il giubileo scriveva il mio grande Cavazzoni. Quanto ho amato i suoi inni, i suoi ricercari che scorrevano sulla tastiera così severi e insieme così eleganti. E Franceschino, dov’è il mio Franceschino? A lui avevo affidato il mio Antegnati: perché non torna da Graz? L’ho fatto studiare così bene, il caro Rovigo, è diventato così bravo che ora non vogliono più lasciarlo andare da quella corte. E qui ho dovuto sostituirlo con quel Ruggero, Roversi credo si chiami: fa il suo lavoro con onore, ma non ha lo stesso tocco, la stessa passione... Non riesco, non riesco quasi a cantare, mi esce solo un soffio di fiato: «lo riconosci, Federico?» È l’incipit della Missa In Dominicis diebus: l’ho fatta elaborare in fretta, insieme alle altre del Kyriale, discutendo con Contino, Bruschi, Wert, con Palestrina. Ah, il mio maestro Pierluigi che guardava la mia musica, mi dava consigli... Sono riuscito a farlo comporre per me, secondo lo stile che ho voluto per Santa Barbara, fugato continovamente et sopra soggetto. Roma è venuta a Mantova, non sembra di sentire aleggiare ancora i sapienti intrecci di voci, la profondità, la grazia, il virtuosismo della scrittura? «Scrivilo un giorno Giovanni, la dolcissima e copiosissima musica di diversi autori è risuonata tra questi muri». E ora chi è salito in presbiterio, laggiù? È don Gastoldi, ma è solo: allora deve sostituire anche oggi il mio maestro di cappella Wert, sempre più cagionevole di salute. «Lasciatemi pure solo qui per un poco: prima di partire voglio assistere all’ora prima, nella mia tanto cara e diletta chiesa di Santa Barbara. Scrivilo Federico, scrivilo un giorno...»

Il duca Guglielmo morì a Goito il 14 agosto 1587. Federico Follino e Giovan Battista Vigilio ricordarono nelle loro cronache il passaggio a Mantova.

Quattro palline di cuoio sono state ritrovate in un foro del muro accanto alla sagrestia durante i lavori di restauro e sono risultate tra le più preziose per quell’antico gioco che precedette il tennis.

Licia Mari     

 
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Stemma Gonzaga
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