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Dicembre 1612: tra Francesco e Ferdinando

Che brutto inverno stiamo passando


«Che brutto inverno stiamo passando: febbri cattive hanno invaso la città. Si è ammalato anche il piccolo figlio del duca Francesco e non è riuscito a superare la malattia. Ma la cosa più grave è che ha contagiato il padre e pochi giorni prima di Natale siamo stati colpiti da un’altra disgrazia. Pensa, fratello, a febbraio ci lasciava il grande Vincenzo e ora in questo triste dicembre, piangiamo il figlio e il suo erede. Vorrei dimenticare questo 1612». «Padre Amante, è una vera tragedia per i signori Gonzaga: ora resta Ferdinando, il cardinale che vive a Roma, nel suo mondo raffinato di cultura e arte. Dovrà rinunciare al suo alto grado religioso e diventerà il nuovo signore di Mantova». Amante Franzoni, con un cenno di saluto al confratello, si allontana pensieroso e percorre un tratto del quieto chiostro: si ferma, si appoggia ad un’antica ben tornita colonna e guarda oltre le antiche mura. È tornato al suo convento di San Barnaba: tra i padri Serviti ci sono sempre dei buoni musicisti che si possono assoldare e la cerimonia di commiato per il duca Francesco deve essere perfetta. Improvvisamente ricorda com’era diverso quel novembre 1598, in cui, giovane novizio già esperto di musica, aveva ascoltato con gioia l’ordine letto dal Priore per il Pastor Fido, la pastorale da allestire in occasione della visita di Margherita d’Austria: Per servitio del Serenissimo signor Duca nostro s’havriano a raccogliere subito subito dopo desinare in Santa Barbara tutti questi Musichi che intervengono nella pastorale, però io priego la Potestà Vostra ad ordinare a quei suoi Padri che sono nei concerti a comparire in tempo. Che meraviglia quello spettacolo! E i brani di Wert, Gastoldi Monteverdi… L’illustre ospite era rimasta entusiasta e lui aveva pensato: anch’io scriverò d’amore sacro e profano... Ed era riuscito a farlo: prima Fioretti Musicali e Madrigali, anche per onorare l’appartenenza alla gloriosa Accademia Olimpica di Vicenza, poi messe e mottetti, per la Cappella del Duomo di Forlì, di cui era diventato maestro. Ma il grande desiderio era tornare a Mantova, e diventare maestro di Cappella nella basilica palatina di S. Barbara: lì era il suo posto. Aveva scritto nel novembre del 1611 al cardinale Bonifacio Caetani, il quale, da Ravenna, aveva mandato il suo memoriale e la lettera di raccomandazione al duca perché lo assumesse: le sue opere e la sua attività sono chiara testimonianza del suo valore. Vincenzo non aveva nessuna intenzione di cambiare maestro in S. Barbara, ma era stato gentile: in futuro avrebbe tenuto in considerazione la proposta ricevuta. Non aveva fatto in tempo: pochi mesi dopo era morto e il mondo era sembrato davvero cambiare. Il segno più evidente era che Monteverdi, proprio il divo Claudio, aveva lasciato la corte; con lui altri erano quasi fuggiti, in modo per nulla pacifico. A luglio anche il “suo” posto era rimasto libero: che fosse giunto il momento? Due mesi ancora di attesa - il solito Taroni si era messo in mezzo - ma ecco, ad ottobre di quel 1612 che voleva dimenticare, la nomina era arrivata. Francesco non si era dimostrato così insensibile e lui era diventato il nuovo maestro in S. Barbara. Aveva tra le sue carte le giuste composizioni per onorare il suo nuovo incarico: una messa, dei mottetti, ma anche delle sinfonie e delle canzoni, perché si vedesse che non era estraneo al nuovo stile concertato con strumenti. E quale miglior momento per presentarle se non le feste solenni di dicembre? Come aveva pensato diverso quel finire dell’anno: poteva contare su un ottimo organista, Ottavio Bargnani, e l’Antegnati era stato trattato con grande cura, l’aveva revisionato anche l’abilissimo Bernardino Virchi della prestigiosa scuola organaria bresciana; forse non c’erano molti buoni cantanti come prima in corte, ma il minor virtuosismo non avrebbe intaccato l’espressività del testo. Poi avrebbe dato tutto alle stampe, per onorare la casata Gonzaga e fissare nella memoria la sua opera. Ma ora è signore il cardinale: un uomo colto ed esigente. Frate Amante ferma un attimo il suo pensiero, ha quasi paura a passare così rapidamente da un padrone all’altro, e ad ammettere qual è il suo tesoro più prezioso: la sua musica, che non vada dispersa e dimenticata. A Ferdinando, al nuovo duca, dedicherà la sua opera, finito il lutto, nel prossimo anno. La stamperà a Venezia Ricciardo Amadino, si intitolerà Apparato Musicale e sul frontespizio porterà l’indicazione dei suoi titoli: Opera Quinta d’Amante Franzoni Servita Accademico Olimpico Maestro di Capella nella Chiesa Ducale di Santa Barbara in Mantova. Inserirà anche lui, come Monteverdi nel suo Vespro della Beata Vergine, un mottetto sul testo di Duo Seraphim e una Sonata sopra Santa Maria: che brivido, non saranno all’altezza di quelle pagine sublimi, ma la Cappella li eseguirà senza problemi, torneranno nuovi ottimi musicisti, tornerà anche Adriana Basile, non può lasciare il suo amato cardinale, che l’ha lodata come la prima donna ch’oggi canti… Frate Amante cerca tra le carte che ha in mano un foglio bianco e poi nella tasca un carboncino, scrive frettolosamente alcune parole, poi cancella, poi riscrive, finalmente la frase scorre fluida, in accordo con il suo pensiero: Non così tosto hebbi per gratia, e favor singolare d’essere nella Chiesa Ducale di questa città ammesso al servigio di questa Serenissima Casa, che nel medesimo tempo sopragiunto il giorno solenne, e festivo della Gloriosa Vergine Santa Barbara di questo Tempio sempre augusto singolar Protettrice; subito dal debito mio così consigliato con tutto il pensiero mi diedi a celebrarlo, per quanto richiedea l’ufficio incaricatomi con quella sorte di Musiche che, ed’ al gusto de’ Padroni, ed’ alla grandezza d’un tanto giorno, giudicai più convenevole… Riposate in pace, duca Francesco, anche per voi canteremo Sancta Maria, ora pro nobis. Licia Mari

Licia Mari     

 
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