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Torna a Mantova il disperatissimo figliolo di messer Paolo Virchi



Sono arrivato presto, stamane, in Santa Maria: ho percorso le strade di Trastevere che appena albeggiava e, giunto davanti alla chiesa, l’ho guardata come se fosse l’ultima volta. Sono entrato e ho alzato gli occhi sul mosaico dell’abside: la Vergine e Cristo in trono iniziavano ad illuminarsi di una pallida luce e ho pensato a quante volte ho visto splendere quei piccoli frammenti d’oro. Sono salito all’organo ed ecco, ora sono qui: di fronte alla bellezza solenne della facciata, mi viene in mente il potente Cardinale Altemps che ne ha commissionato, più di quaranta anni fa, la costruzione. Metto le mani sui tasti, ma mi fermo: vivo ancora in un tempo sospeso, ieri ho saputo che è morto mio padre. E io, in questa strana giornata di marzo del 1610, sono seduto davanti a questo strumento, non a Mantova dove il grande Paolo Virchi, compositore, titolare dell’organo della basilica palatina di S. Barbara, viene compianto. Anch’io però sono stimato, qui a Roma dove sono giunto l’anno scorso, ospite di mons. Aurelio Recordati, che mi ha molto favorito, e ha scritto più volte per informare il duca Vincenzo delle mie qualità. I pagamenti da Mantova non sono cessati quando sono partito, perché sono venuto qui a studiare, a conoscere importanti artisti, grazie al cardinale Ferdinando Gonzaga. Non sono certo inesperto, vengo da un’importante famiglia bresciana di organari, di liutai, di musicisti: il cugino di mio padre, Bernardino, dal 1599 cura la manutenzione dell’organo Antegnati della basilica di S. Barbara. Quanto amo quello strumento: mi porto dentro il suo suono, che sa di casa, di famiglia, di tradizioni antiche e insieme di nuove ricerche: il suo costruttore Graziadio veniva dalla mia stessa città e ora suo figlio Costanzo è altrettanto famoso. Ho imparato molto in quella chiesa, da mio padre, dagli strumentisti e dai cantanti di corte, da quei riti in cui la musica respirava con la parola, i gesti, l’incenso, gli arredi, i paramenti, e con il silenzio di tanti attimi che si schiudeva sull’infinito. È solo di due anni fa il matrimonio tra il principe Francesco e Margherita di Savoia: quale fasto in quel maggio 1608, con cerimonie, spettacoli, fuochi. Certo, il signore della musica era Claudio Monteverdi, ma anche mio padre Paolo aveva suonato più volte e composto per gli intermedi dell’Idropica del Guarini. Poi però si era indurito, forse per la vecchiaia, e se la prendeva con me: nell’estate scorsa aveva risposto a mons. Recordati, che aveva acquistato un arpicordo perché potessi studiare e voleva essere rimborsato dei 12 scudi spesi, che lui no, non poteva soddisfare i capricci di Fulvio, non aveva soldi per un figlio così avventato. Monsignore si era infuriato e aveva scritto al segretario Magni: dica con viva maniera, a messer Paolo Virchi, che il suo figliolo ha bisogno di denari et, quando non gli ne mandarà, io li farò vendere l’instrumento et sonerà poi sopra la tavola, assicurando vostra signoria che è così galante giovane et mortificato che è un’edificatione, né merita che suo padre, che ha il modo di spendere, lo tenga così stretto, massime non gettando via li denari. Non mi ero mai sentito così imbarazzato: ero compiaciuto della stima nei miei confronti, ma come poteva mio padre trattarmi così? Poi la cosa sembrava risolta, ma sono stato malato, intendevo vendere lo strumento e di nuovo il “maestro Virchi” si era opposto: cosa voleva da me? Ora è morto, e non ci siamo neppure chiariti: anzi, temo che abbia parlato male di me a corte, e che io ora non possa sperare di tornare, magari prendendo il suo posto. Ho saputo che negli ultimi tempi si è messo in luce un mantovano, tale Giacomo Bonzanini, e poi c’è il grande Ottavio Bargnani, bresciano anche lui… Ho parlato a mons. Recordati, che ha riportato le mie preoccupazioni al cardinale Gonzaga: entrambi manderanno una lettera a corte per sostenermi. Monsignore mi ha detto che il cardinal Ferdinando è molto abile: prima scriverà al fratello duca che gli è dispiaciuta molto la notizia della morte dell’organista di S. Barbara, per le sue qualità e per l’ottimo servizio prestato, poi mi raccomanderà a lui, sia per le mie doti di strumentista e di compositore, sia perché, aiutandomi, i cortigiani potranno vedere come, facendo un buon lavoro, anche i figli siano considerati. Da parte sua Recordati punterà invece sul sentimento e la convenienza: scriverà – così mi ha detto – che torna a Mantova il disperatissimo figliolo di messer Paolo Virchi, che è stato ospite a casa sua per undici mesi dimostrandosi eccellente nel comportamento e nel far musica; sottolineerà che, tenendomi al suo servizio, il duca non avrà impiegato male i denari che ha speso per mantenermi a Roma. Sono convinto che riuscirò, e smentirò mio padre. Forse… ho quasi paura, anche se sono un uomo fatto ormai, ma lui era Paolo Virchi… Suona la campanella, sta per iniziare la messa, devo suonare: ora non esiste altro, fra una settimana farò i bagagli, tornerò al mio amato Antegnati. Forse. Licia Mari

Licia Mari     

 
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