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In memoriam Francisci Rovigij

Organisti e maestri di cappella tra XVI e XVII secolo


Francesco organista di Vostra Altezza hieri mattina passò a miglior vita dopo essere stato infermo molte settimane: è sepolto in Santa Barbara di consenso di Madama Serenissima a rimpetto di Giaches.
Così l’8 ottobre 1597 un funzionario di corte scriveva al Duca Vincenzo, ponendo accanto due grandi musicisti al servizio della corte dei Gonzaga: Francesco Rovigo, organista e Giaches de Wert, maestro di cappella, morto un anno prima, il 6 maggio 1596.
Cosa rappresentano per Mantova i due artisti in quell’ultimo scorcio del secolo XVI? E perché seppellirli uno di fronte all’altro secondo precise indicazioni ducali? Hanno ricoperto due ruoli fondamentali nella basilica palatina di Santa Barbara nei primi decenni del suo straordinario percorso musicale, religioso, culturale. E, a testimonianza di questo, hanno ricevuto solenni funerali, con processione lungo vie e piazze intorno alla basilica, nel cuore della città e del complesso di palazzo Ducale. Li possiamo immaginare anche oggi, entrambi sepolti – secondo quanto emerge dalle note di un anonimo diario – dinanzi all’altare della cappella di San Giovanni (la prima cappella piccola nella navata di sinistra – rispetto all’entrata).
Un tale omaggio doveva essere tributato a musicisti importanti, e lo conferma il più grande e più famoso di tutti: Claudio Monteverdi, che in una lettera del 28 novembre 1601 li definisce entrambi Eccellenti. Ma se Giaches de Wert, il colto fiammingo sceso in Italia e divenuto ben presto maestro riconosciuto nell’arte del comporre (noto ben oltre i confini del ducato mantovano), è stato poi collocato nella storia come uno dei rappresentanti fondamentali della musica rinascimentale, la figura di Francesco Rovigo merita una speciale attenzione, proprio nella basilica di Santa Barbara, con il suo prezioso organo Antegnati. Da questo strumentista e compositore possiamo farci accompagnare alla scoperta di una chiesa – e di una musica – che ancora oggi ci parla, ci dona emozioni e riflessioni.
Forse Franceschino (come spesso viene chiamato anche quando è ormai uomo), è presente in quell’estate del 1565, quando Girolamo Cavazzoni da Urbino, il più importante organista in Italia in quel momento, che aveva seguito personalmente l’opera dell’illustre bresciano Graziadio Antegnati, esalta le magiche armonie dello strumento appena terminato, scrivendo non solo che è così buono ch’io non saprei dimandar di meglio, ma anche che par ch’a questa chiesa sempre vi sia il Giubileo per la frequentatione di popolo che ci viene per questo. Ha probabilmente poco più di vent’anni, Franceschino, e partecipa ad un doppio evento straordinario: uno strumento con caratteristiche uniche, nuovissime per l’epoca, collocato nella altrettanto nuova chiesa del Duca - non una cappella di palazzo, per pochi privilegiati invitati, ma una basilica, grande, anche per la gente, che vi accorre numerosa proprio per ascoltare la musica.
Personaggio singolare, il Duca Guglielmo: accorto, appartato, forse scontroso, ma così desideroso di rapportarsi anche con i suoi sudditi, di dar loro non solo un esempio di magnificenza e di potere, ma anche di cultura, spiritualità, arte. Una trama raffinata si scorge nel suo progetto: la chiesa si arricchisce di preziose reliquie di santi, venerati attraverso le celebrazioni, gli altari ad essi dedicati e il repertorio musicale, sia di canto fermo che di mottetti ed inni specificatamente composti. Il papa approva la costituzione di un collegio canonicale, presieduto da un abate, e concede numerosi privilegi, tra cui quello di utilizzare una liturgia propria, con Messale e Breviario. Un luogo speciale, dunque, in cui l’afflusso di popolo continua anche dopo le solennità della consacrazione: sono vivide le parole di Aurelio Pomponazzo che in una lettera del 5 dicembre 1580 descrive una basilica pienissima per la festa di Santa Barbara (celebrata il giorno prima), tanto che non si riesce ad entrare e si deve regolare, con i soldati, l’uscita della gente dalla città.
Nella Mantova vivace di quegli anni Franceschino era sicuramente – si direbbe oggi – un talento da coltivare. Il duca Guglielmo ne ha particolare stima, e vuole che diventi sempre più bravo: nel 1570 lo manda a Venezia per studiare in uno dei centri musicali più importante del tempo: la basilica di San Marco. Qui lavorano grandi musicisti, come Claudio Merulo, Andrea Gabrieli, Gioseffo Zarlino.
Camillo Capilupi, che lo segue in questo soggiorno, riferisce al Duca che Rovigo è entusiasta della città, studia con accanimento, rischia anche di ammalarsi, ma rivela ben presto le sua grandi qualità, perché è innamorato di questa professione, et non presume di sapere. Al suo ritorno a Mantova Franceschino intraprende una luminosa carriera, sia come organista che come compositore, diventando titolare dell’Antegnati di Santa Barbara. Ce lo ricorda ancora una bella annotazione nell’anonimo diario redatto in quegli anni: Domenica 1 marzo 1573 [… risonò] di dentro Veni Creator Spiritus et i cantori seguirono, quale fu nuovamente composto dal magistro messer Francesco organista di Santa Barbara.
Guglielmo vuole che nella sua chiesa l’organista partecipi a molte delle funzioni che scandiscono la giornata: lo ritiene così rilevante che nel 1578 annota, accanto al compenso previsto per tale ruolo, organista che suona dì e notte frequentemente. E Rovigo ripaga la considerazione del duca con la sua arte, riconosciuta da un cortigiano che nel 1582 annovera tra gli eccellenti musici di Sua Altezza messer Francesco ch’è riuscito tanto raro nel sonare dell’organo. Proprio in quell’anno Rovigo si reca a Graz, ed è così apprezzato che - non senza qualche problema con i Gonzaga – vi rimane fino al 1591, quando ritorna a Mantova per riprendere il suo posto in Santa Barbara, e anche per collaborare all’attività musicale di corte.
Corte e basilica palatina: scambi, interazioni, conflitti. Tutti i buoni musici sono coinvolti dall’una o dall’altra parte se l’occasione lo richiede: una cerimonia religiosa importante – ecco i nobili giapponesi che arrivano nel 1585 con alcuni padri Gesuiti e per l’occasione di eseguono i salmi polifonici di Gian Giacomo Gastoldi (collaboratore di Wert e poi suo successore); oppure una rappresentazione con musica in teatro – come dimenticare le diverse messe in scena del Pastor Fido su testo di Battista Guarini, vero cult dell’epoca? Forse questi artisti sono anche un po’ sfruttati, se prestiamo fede alle parole di Claudio Monteverdi, che più di una volta si lamenta per il trattamento che riceve, che non riesce mai a diventare maestro di cappella in Santa Barbara, ma che pare impossibile non vi abbia eseguito le sue straordinarie musiche.
Queste sono però le vicende cortigiane: dall’esterno la gente sembra proprio amare Santa Barbara, tanto da influenzare lo svolgersi delle funzioni, come accade per la festa di Santa Caterina nel 1596, in cui si fa intervenire l’organo alla messa a causa della grande affluenza di persone. Del resto la basilica si distingue dalle altre chiese: ha una liturgia sua propria, approvata definitivamente dal papa nel 1583, che ha fatto nascere un repertorio particolare, proposto – insieme con le grandi opere del tempo – da una cappella musicale di prim’ordine, con ottimi cantori e strumentisti. Non solo Rovigo e Wert, dunque, ma altri importanti musicisti si succedono - soprattutto nella stagione d’oro, quella fino alla peste del 1630: maestri di cappella come Gian Giacomo Gastoldi o Amante Franzoni, organisti come Paolo Virchi o Ottavio Bargnani. E l’organo resta sempre strumento privilegiato, sul quale prendono luce e vita le esperienze compositive, le novità stilistiche, che vanno a confluire nel quotidiano come nei grandi eventi. Riviviamo un’altra cerimonia, fastosa, per la traslazione nella basilica palatina di reliquie portate dalle Fiandre dal duca Vincenzo nel 1599: al suono di trombe e agli spari dell’artiglieria il prezioso tesoro viene portato dall’attracco sul lago verso piazza Sordello, ove i cantori l’accompagnano con i loro inni. Ma ecco il momento di stupore: arrivati alla porta della chiesa, il coro inizia il Te Deum e l’organo, all’interno, dall’alto, risponde. Come se cielo e terra potessero incontrarsi nella luce di una bianca navata.

Licia Mari     

 
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