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Da Lucia a Adriana: cantatrici in Santa Barbara



Sta scendendo la sera quando il conte Alessandro Striggio, ambasciatore a Milano del duca Gonzaga, apre la lettera giunta da Mantova. Inizia a scorrere un po’ distrattamente la scrittura familiare di Ercole Marliani: il segretario ducale sembra avere solo le consuete noiose notizie... Qui habbiamo poco di nuovo. Hieri si fecero in Santa Barbara le esequie per l’Imperatore... Rodolfo II d’Asburgo è morto qualche tempo prima, finalmente Mattia può governare pienamente. Ma anche Vincenzo è morto da poco più di due mesi, pensa il conte alzando lo sguardo nell’aria tiepida di fine aprile di quel travagliato 1612. Cosa farà ora Francesco? Sarà all’altezza degli splendori paterni? Sabbato passato si fece in detta chiesa l’oratione delle cinque hore, per i primi cinque misteri del Rosario. Domani, et il sabbato santo, si faranno i rimanenti... Gli apparati poi sono reali, et d’inventione di Sua Altezza. Allora il giovane duca vuol coltivare le passioni del padre, ma come si comporterà con i musicisti? Alcuni sembrano voler restare, altri forse no... Però Marliani scrive che ne’ misteri dolorosi canterà il signor Rasi; et la signora Adriana con sua sorella si faranno sentire, havendo cominciato a domesticarsi su l’organo la festa della Madonna Santissima.
Dunque Francesco Rasi - la voce di Orfeo in quell’indimenticabile melodramma del 1607 per cui il conte aveva scritto il libretto e Monteverdi la musica ancora incanta con la sua arte sublime. Ma è entrata in chiesa anche Adriana Basile, con la sorella Vittoria: quale evento eccezionale, udire la cantante tanto stimata proprio dal maestro Claudio! Questi la lodava fin dal suo arrivo a Mantova due anni prima, tanto da scrivere al cardinale Ferdinando Gonzaga di aver udito a Roma Ippolita Recupito Marotta molto ben cantare, a Firenze Francesca Caccini (la Cecchina, figliola di Giulio) molto ben cantare e sonare de leutto chitaronato e clavicembalo, ma a Mantova la signora Adriana benissimo cantare, benissimo sonare e benissimo parlare. Anche il padre benedettino Angelo Grillo, per esaltare la bellezza di un madrigale spirituale posto in musica da Monteverdi su un testo struggente del monaco stesso, aveva scritto che la compositione non è da altro che cantante sublime et voce angelica, come a punto è quella della signora Adriana, la qual maritando la voce con l’instromento, et con la mano dando l’anima e la favella alle corde, fa nascere la soave tirannide de gli animi nostri, mentre lasciandone co’ corpi in terra ne porta con l’udito in cielo.
È proprio la più brava di tutte, Adriana, e in quest’ultima occasione ha voluto prendere confidenza con l’organo in Santa Barbara per poter dare il meglio. Ricorda, il conte, di aver udito fin da piccolo il padre - Alessandro senior, il compositore assai noto morto ormai da vent’anni- entusiasmarsi parlando del lavoro di Graziadio Antegnati: il suono che inonda la chiesa, la novità dei tasti spezzati, il timbro dei registri che gioca mirabilmente con voci e strumenti. E ritornando alle immagini della sua infanzia, arrivano alla mente di Striggio altre due cantanti straordinarie che avevano onorato la musica in Santa Barbara nel lontano dicembre 1583: Lucia e Isabetta Pelizzari, le giovani vicentine chiamate dal duca Guglielmo (che le aveva ascoltate al Teatro Olimpico l’anno prima) per celebrare con solennità la festa di Santa Barbara. Avevano cantato sopra l’organo e dalla tribuna ducale, di fianco allo strumento, si era udito un concerto di tromboni et regali. La musica dall’alto, i colori e le armonie delle voci femminili avevano incantato tutti i fedeli. E le cantanti erano tornate a Vicenza con bonissima fama et honore, richiamate ben presto dal duca al servizio della corte, insieme a padre e fratelli, un’intera famiglia musicale. Vincenzo, poi, le teneva in grande considerazione: un paio d’anni dopo la successione a Guglielmo, le aveva portate con sé nella visita a Ferrara, sicuro di poter competere senza sfigurare con la fama dei musicisti estensi, grazie alla loro abilità di cantare e suonare cornetto, liuto, e anche trombone.
Il duca si era sentito quasi disperato quando, dopo i fasti del 1608, le sorelle Pelizzari avevano lasciato la corte: quale sollievo aver trovato a Napoli, grazie all’abilissimo Paolo Faccone - pieno di qualità come basso e come diplomatico - la voce eccezionale e le grandi doti musicali di Adriana Basile. Anche lei aveva portato fratelli e sorelle - un poeta, un compositore, due cantanti - per trovare felice accoglienza ed onore presso la corte, ma anche la protezione di un marito, il nobile Muzio Baroni. E si raccontava che guardasse teneramente la figlioletta Leonora, nata pochi mesi prima, nel dicembre 1611, cercando in lei i primi segni - uno sguardo, un sorriso - di amore per il canto.
... per fine le bacio le mani et le auguro felicità... Mentre chiude la lettera, nella mente del conte Alessandro si rincorrono il teatro, gli apparati, la musica di Monteverdi, il fascino di Adriana, di Lucia, le loro voci che si intrecciano con l’organo in mirabili armonie e, dalla cantoria della basilica palatina, portano lo sguardo più in alto.

Licia Mari     

 
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